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Resident Evil 3 e la strategia che paga del remake 

C’era una volta una Capcom che sembrava non sapere bene quale direzione far prendere ai suoi più grandi successi. Accadeva così che un franchise come Resident Evil prendeva direzione che facevano storcere il naso ai fan e che la compagnia si tirava addosso sospetti e malcontenti da parte degli appassionati.

Una volta, però, perché la Capcom di questi ultimi anni – e in particolare di questi ultimi mesi – è una che si è rimboccata con convinzione le maniche, riuscendo in una mossa come nessun altro è riuscito prima: valorizzare i suoi grandi successi del passato, anziché lasciarli impolverare. E, attenzione, Capcom non lo fa in modo pigro: nessuno oserebbe definire pigro il ritorno di Resident Evil 2. Semplicemente, la compagnia giapponese ha imparato a lavorare con quello che ha creato ieri, per aprire la via a quello che offrirà domani.

La conferma di Resident Evil 3

La notizia è ancora sulla bocca di tutti: dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi, Capcom ha ufficializzato l’arrivo del remake di Resident Evil 3. Il gioco, mosso da RE Engine, vedrà il ritorno di Jill Valentine e di Carlos Oliveira, alle prese con la terribile minaccia di Nemesis, e seguirà in tutto per tutto quanto già fatto, con successo, dal remake di Resident Evil 2.

Ed è proprio questo il punto del discorso: Capcom ha deciso di rispolverare i suoi amati classici del franchise survival horror per eccellenza, tenendone invariati i punti di forza e facendo in modo da renderli accessibili al pubblico di oggi.

Resident Evil 2 così com’era negli anni Novanta era destinato a rimanere uno splendido ricordo degli anni Novanta. Resident Evil 2 rinfrescato dal suo remake è un titolo che può conquistare l’odierno ed enorme pubblico del videogioco, cresciuto in modo esponenziale in vent’anni, tirando a sé – e al suo franchise – nuovi appassionati. Riproporre i grandi classici che hanno avuto successo nel passato, e farlo nel modo intelligente e oculato che sta perseguendo Capcom, è un win-win per tutti: giocatori nuovi che scopriranno questi titoli, la compagnia che può incassare dalla loro nuova giovinezza, giocatori veterani che saranno ben felici di riscoprire un classico, a patto che i suoi punti di forza vengano ancora esaltati e rispettati, e non snaturati.

E Capcom ha dimostrato, con Resident Evil 2, di essere ben capace di rispettare i punti di forza di un suo classico. Così, la lotta di Leon e Claire è diventata un tormentone anche nel 2019 – e chi lo avrebbe potuto prevedere, nel 1998, che vent’anni e rotti dopo ci saremmo ritrovati di nuovo a Raccoon City?

La forza della ragione: i numeri

Di solito, quando uno sviluppatore si concentra eccessivamente sulle iterazioni – o, peggio, sullo rispolverare dei classici dei quali gonfia i prezzi, senza però aggiungere niente dal punto di vista tecnico o del contenuto – sia i fan che i giornalisti storcono il naso. E spesso lo fanno a buon motivo: non basta, infatti, semplicemente ritirare fuori un classico dal cilindro, per fare in modo che il mercato si presenti ai suoi piedi per adorarlo. Abbiamo assistito a molti casi simili, di recente, che hanno coinvolto perfino i tentati rilanci di console classiche in formato mini, fatti però in maniera pigra e per questo rivelatisi delle delusioni dal punto di vista commerciale.

Il che è esattamente tutto quello che Capcom non fa ha fatto, con grande sapienza, per Resident Evil 2ed ecco perché il gioco, a meno di un anno dal lancio, ha già sfondato il muro dei 5 milioni di unità vendute, superando così le vendite che l’episodio originale aveva messo insieme negli ultimi vent’anni.

L’esito della ragione, quella data dai freddi numeri, è più chiaro che mai: rispolverare un classico, e farlo bene, ti premia. Sia dal punto di vista della critica che dal punto di vista del mercato. Le atmosfere, i personaggi e la tensione opprimente che erano alla base dell’anima di Resident Evil 2 sono ancora altrettanto attraenti nel 2019, e affiancare a questo un approccio ludico più attuale, nell’aspetto e nell’interazione, non ha fatto altro che dare al gioco la possibilità di vivere una nuova giovinezza. Nuove giovinezza che si somma così a quella di Capcom e che, il prossimo anno, si sommerà anche a quella di Resident Evil 3.

L’importanza di rischiare senza rischiare

C’è un altro elemento di cui tenere conto, sicuramente: quando si ritirano fuori dei classici, c’è sempre il rischio che la loro nuova interpretazione ne snaturi in qualche modo le caratteristiche. Mi viene in mente, da veterana della saga, che un altro remake come Metal Gear Solid: The Twin Snakes, pigro e sopra le righe, è qualcosa di cui nessuno sentirebbe il bisogno. Invece, nel riportare alla luce i suoi classici, Capcom ha scelto la via del rischio, ma senza rischi: Resident Evil 2 è tornato anche senza Mikami e Kamiya, eppure ha messo tutti i pezzi esattamente dove li doveva mettere, per non tradire le aspettative di chi quel gioco lo ha amato per tutti gli ultimi vent’anni.

Ecco perché era lecito aspettarsi l’annuncio di Resident Evil 3 ed era solo questione di tempo, prima che si concretizzasse: perché Capcom ha capito come fare a valorizzare i suoi brand del passato, rendendoli il suo presente e la base, anche economica, del suo futuro. La saga Resident Evil, con il successo del settimo episodio, il boom del secondo e l’arrivo del remake del terzo, non è mai stata così in salute. I numeri di Capcom parlano chiaro, la compagnia ha ampio respiro e ampi investimenti da fare, ed è tutto merito del modo in cui ha saputo gestire quello che aveva già nel suo cassetto.

Rilanciare un classico e aspettarsi che la gente venga ad acquistarlo solo per il nome che porta non è la via giusta. Valorizzare un classico, perché è questo quello che Capcom sta riuscendo a fare, è tutto un altro paio di maniche. Ecco perché milioni di fan stanno già aspettando impazientemente aprile, per il lancio di Resident Evil 3. Ecco perché il lavoro di Capcom, chissà, potrebbe magari diventare un punto di riferimento per altre software house, che nel loro cassetto hanno, come dormienti, alcuni dei franchise più amati di sempre – ai quali non si degnano di far prendere un po’ di nuova luce.

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